Pagina:Il Baretti - Anno III, n. 9, Torino, 1926.djvu/3

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il baretti 105

Croce allo specchio Ih Uno dei grandi meriti del Croce consiste i.ell’aver evitato con costanza i sistemi chiusi, lasciando adito, al contrario del Gentile, a revisioni e sistemazioni feconde, e ammettendo la possibilità di un nuovo dualismo. Il filosofo lo nega, e, certo, dice il vero se si guarda l’opera sua nell’insieme, dove scrive nel Com* tributo queste parole, che vanno meditate:

«.... quando, terminato che ebbi di pubblicare la Filosofia dello spirito, molti m’invitarono al riposo, perchè (dicevano) avevo ormai compiuto il mio «sistema», io sapevo che in realtà non avevo compiutp nè chiuso nulla, ma solamente scritto alcuni volumi intorno ai problemi accumulatisi nel mio spirito via via sin dagli anni della giovinezza». K la verità di questa rinunzia alla filosofia in senso «stretto’ o scolastico» per il continuo filosofare, la vede appunto nell’unità di filosofia e di storia per cui «si filosofa sempre che si pensa, e qunlsiasi cosa e in qualsiasi forma si pensi. Anzi — conchiude — , la perfezione di un filosofare sta (per quel che mi vuol parere) nell’aver superato la forma provvisoria dell’astratta «teoria», nel pensare la filosofia dei fatti particolari, narrando la storia, la storia pensala».

Comunque sia, qui importa affermare la necessità di ripensare in sè stessi le teorie crociane, ripensarle non solo per accettarle o respingerle o ricostruire su quelle, ma anche per obbedire al valido insegnamento che da esse emana: di fare da sè e in sè il mondo del proprio pensiero.

Queste le basi di un’opera, che non si esaurisce nella conquista dei punti cardinali d’una teoria filosofica generale, ma si svolge e cerca la sua convalida nelle molteplici manifestazioni della vita dello spirito, e più specialmente nell’arte. E, per poco che si guardi, ognuno avverte che un così accanito distruttore d’idoli in ogni campo del pensiero, non può essere imo spirito sereno e quasi glariale come potrebbe e forse vorrebbe apparire, ina, se critico, necessariamente drammatico, bisogna tener presente che il.Croce uon è partito, come in genere i filosofi’, dalla speculazione per la speculazione, ni a le manifestazioni della vita (arte, economia, etc.) lo han portato alla filosofia come centro risolutivo d’ogni attività umana. Nessuna meraviglia, quindi, se oggi, nel proclamare l’identità di storia e filosofia, egli, quasi per confermare la validità e l’unità del suo cammino, si ritrovò al punto di partenza: la storia, sicché tutta la sua filosofia ben si definisce come metodologia della storia.

Ma è ovvio che non si percorre tanta strada, senza lasciare brani della propria anima, senza dolorare. Certo, parlare delle proprie battaglie interiori S9iiza clic la mano tremi e l’occhio s’imperli di lacrime, quasi considerandole come materia di storia, è veramente un esempio di fermezza d’animo quant’altro mai espressivo, da cui sorge, come scolpito nel duro sasso dei caratteri, l’insegnamento che la •vita è un terribile dovere, che non si esaurisce mai, di fronte agli altri e di fronte a sè stessi.

Afa il critico deve rendere evidente questo saliente aspetto della coscienza del filosofo, rilevando che la serenità dello scrittore del Contjibuto, clic è più severo con sè stesso che cOn gli altri, è frutto d’una volontà che compone i contrasti più aspri e violenti, e, anziché risaltarli con l’interesse dell’artista, in cui prevale il sentimento, preferisce darne le soluzioni; sicché, traendo dal ripostiglio della limpida memoria l’immagine della vita vissuta, e proiettandola su lo schermo Ideale del critico per scoprirne le incrinature, non ha esitazioni, e se la rimira con la consapevole tranquillità i chi così e non altrimenti ha voluto che fosse.

Direi che la prevalenza di quel veder filosofico, che ha tratto specialmente dal Vico, può produrre una ingannevole illusione nel lettore di queste pagine, imponendogli un metodo d’inflessibile misura, che, trattandosi di autocritica, nasconde al profano l’uomo nella sua complessa unità, e si sforza di mettergli sotto gli ocelli, più che l’opera nel suo tormentoso formarsi, quasi il freddo elenco delle tappe, che pure sono state raggiunte da quell’uomo.

Ecco perchè questa «critica» può essere intesa esattamente soltanto da chi conosce tutta l’opera crociana, e l’ha valutata per suo conto, non solo nei momenti cardinali, ma nei complessi, drammatici contrasti dei problemi particolari di cui si compone e variamente s’illumina. Soltanto così, investendone, cioè, tutta l’opera e scoprendone le parti complesse, è possibile vedere il filosofo al suo giusto posto nella vita nazionale di questo primo quarto di secolo, che, senza di lui, non si comprende, o se n’ha l’immagine di un quadro su cui la luce più abbondante addensa le ombre in foschia, perchè viene da punti contrnrii al risalto delle lince e dei colori. E allora, certe censure su la incapacità del Croce a partecipare alla vita del suo e nostro tempo, sorte durante la guèrra e accentuatesi in questi ultimi anni, ripetute con aria di sufficienza anche a proposito di questo Contributo (cfr.

Le Opere e i giorni, 1926, p. 66), per poco che si esca dal fumo della propaganda jmlitica per entrare nel campo più adatto, anzi il solo adatto, della critica storica, più che erronee, appaiono balorde, e rientrano, a voler esser molto caritatevoli, nel circolo massimo delle incomprensioni. Il tentativo, affatto meccanico, di certi grammofoni di mettere fuori della storia d’Italia — come un caso tutto particolare, che sta a sè — l’opera crociana, è semplicemente insensato e ridicolo. Anche il fascismo, se considerato come espressione di nuovi orientamenti spirituali del nostro paese, non può prescindere dai movimenti ideali, che il rinnovamento filosofico portato dal Croce ha eccitato e prodotto in tutti i campi dell’attività nazionale, ed ai quali, in un certo senso, si riallaccia. La pubblicazione della Critica (1903) segna in Italia il principio d’un profondo rivolgimento dei valori spirituali nella nazione.

Quando il Croce dà risalto anche in queste pagine, che abbiamo prese a guida, alla •ùia ripugnanza per la vita pubblica, o politica in senso lato, non bisogna fraintenderlo, ritenendolo estraneo ai problemi che affannano la nazione. La sua posizione storica è ben altra. Con la Critica, come afferma egli stesso, ha inteso c ha fatto politica vera e propria, partecipando ai problemi dirci quotidiani della vita contemporanea. La sua ripugnanza al tumulto d’ogni ora va intesa come tendenza a dedicarsi a opere di pensiero anziché a organizzazioni politiche, non già perchè disprezzi queste, o le creda inutili, ma perchè quelle sono il terreno verso cui tende con slanciò il suo animo, sono, insomma, la sua vocazione.

Ma l’opera del pensatore, che si pone a chiarire i problemi fondamentali dello spirito, coin’è quella del Croce, non solo è azione, ma è l’azione senza la quale non si costruisce, ma si vive nel caos- Per poco clic si rifletta a quest’ultimi venticinque anni di vita italiana, i quali, por abbracciare un periodo di formazione, sono fondamentali a ogni costruzione presente e del prossimo futuro, risalta in modo assolutamente viva gagliarda c indispensabile — dominatrice, in una parola — l’opera dei Croce nel nuovo formarsi della nostra storia.

Senza la su3 metodica distruzione d’idoli pseudo-fiìosofici, la nostra generazione continuerebbe a logorarsi nelle rimasticature dozzinali del più sciocco e mortale materialismo positivistico, e il risveglio di energie spirituali — inquieto risveglio, che assume forme strane, a volte violente, ma sempre interessanti per i germi nuovi che riascondono 0 fanno germogliare — non sarebbe stato possibile.

Non basta dire che una nazione giovine e ansiosa di nuova storia sa trovare in sè stessa le voci della sua rinascita: sta il fatto che la voce più alta, levatasi nel nostro paese, accanto ad altre che si sono via via affievolite, tenendo un ruolo sempre minore, è indubbiamente quella del Croce, che ha ridestato coscienze c volontà sopite, producendo spesso movimenti anticrociani, che sono la migliore prova della sua buona scuola dell’energia.

Io parlo, naturalmente, di pensieri nuovi, che creano nuovi orientamenti, i quali, poi, da isolati c individuali o locali, si fanno nazionali, e influiscono per molteplici vie, e spesso indirettamente, su l’orientamento caratteristico d’una o più generazioni. La stessa scuola cattolica ha tratto nuovi impulsi dall’opera crociana, che, insieme al modernismo, l’ha richiamata a una funzione e attività quasi abbandonate per la sterile ripetizione d’un insegnamento noli ripensato, ma appunto, rijictuto.

Ma se non si è disposti a dare il giusto peso all’azione rinnovatrice dei movimenti (crociani o anticrocinni non importa sapere, perchè vengono dalla stessa sorgente) partiti dai gruppi intellettuali, che si chiamarono della Voce, del Leonardo, ccc., si guardi con occhio di storici alla rivoluzione che l’Estetica ha portato, c più porterà, nell’arte e nella critica, le teorie economiche, distinte dall’etica, nel campo del Diritto e nella valutazione dei problemi politici, e si comprenderà appieno quanta parte il Croce abbia nella formazione delle nuove generazioni. Quando, in cerca di punti di riferimento nel confuso agitarsi di questi ultimi decenni, si afferma che queste generazioni sono state plasmate dall’opera del D’Annunzio, se si dice cosa non cstranea, si guardn però superficialmente la vita italiana. Al di fuori della coreografia eroica dannunziana, che ha trovato un ambiente adatto durante c dopo la guerra, c che era molto in disuso negli anni precedenti, il Poeta di Pescara non ha influito su gli altri che in modo negativo come artista, provocando quel dannunzianesimo, che è certamente tra i fenomeni più scadenti del nostro secolo:

il suo è rimasto, artisticamente, un caso isolato c certamente il più cospicuo dopo il tramontato crepuscolo tramonto del Carducci e il non tramontato crepuscolo pascoliano. Là sua adesione alla filosofia nietzschiana, più clic convinzione, ragionamento, filosofia, in somma, è stata una occasionale c comoda giustificazione del barocchismo c dell’assenza di moralità, clic viziano l’arte sua. Ma Nietzsche ne esce contraffatto, c quello che, nel macerato scrittore di Zarathustra, è scoppio di pensieri cd insegnamento, si diluisce in vaniloquio nell’autore del Fuoco. Si sbaglia dunque quando certe emergenti forme politico-culturali del nostro tempo si derivano dal D’Annunzio:

c, comunque, quelle che da lui possono derivarsi, non sono certo le più importanti, nè sono state le più durature, almeno nel campo dell’arte, escludendo come estraneo, e in modo assoluto, quello delle dottrine filosofiche. E non si riesce davvero a comprendere il tentativo di qualcuno di accostare il Croce al D’Annunzio, i quali, come nota il filosofo, di comune non hanno che la regione dove son nati; ma io non comprendo neppure ravvicinamento, che il Croce inchinerebbe ad ammettere, co? Carducci. Per me, i due poeti gli sono estranei, perchè la sua formazione non ne risentì affatto gl’influssi, e nella sua attività sono entrati come elementi della sua autonoma indagine critica, come dimostrano, del resto, non solo i saggi e le polemiche su le loro opere, ma l’insieme dell’opera crociana.

Escluso nel modo più categorico il D’Annunzio, non si riesce a comprendere in quale orientamento filosofico, chè il Marcnmnno non ebbe indirizzo veramente filosofico; non nella critica letteraria, che l’Estetica crociana ha disperso gli ultimi residui di quella critica storica che si era ridotta a esercizio di erudizione presso che meccanica; non nel furore politico, più tosto letterario, dcll’ex-rcpubblicano, chè democrazia massonica, socialismo, messianismo, e tutti gli altri intrugli della simbologia rivoluzionaria sono stati derisi e schiacciati dalla critica del filosofo: e nemmeno si può paragonare quella specie di alterigia del poeta toscano con la linea severa c dignitosa del critico meridionale. D’altronde, quando il Croce spuntò all’orizzónte, l’insegnamento del Carducci si crn venuto affievolendo; c quelle stesse generazioni, clic avevano guardato al Maestro dell’Ateneo bolognese come al nume della nuova Italia, inconsapevolmente se iterano staccate, perchè il suo era un linguaggio d’un’cpoca conchiusa. In questo -il Thovez forse vide clr.aro, c alcune delle pagine dedicate al Carducci nel libro II pastore il gregge c la zampogna, mi sembrano, non solo fra’ le sue più belle, ma documento vivo d’un uomo che rtea la voce del suo tempo.

Ognuno di noi, che, nati sul finire del secolo scorso, fummo educati nei primi lustri del nuovo, trova nella memoria ricordi vivi, che spiegano la lontananza della generazione nostra non solo dal Carducci, ma dal D’Annunzio c dal Pascoli. D’Annunzio, dopo i primi dclirii dell’adolescenza sconcertata, ci respinse:

l’artificio ci oppresse, l’esaltazione della colpa ci umiliò; c, a ognuna delle migliaia di pagine splendenti — ma tutte eguali, su una nota, sino al parossismo — ci sentimmo sempre più lontano da lui, che, piegandosi nell’eloquenza tribunizia, perdeva via via le corde autentiche della poesia: e il poeta — nel senso immortale della parola — non lo trovammo neppure quando Io adorammo. Pascoli pregava, timido, umile, innocente come un bimbo che va alla prima Comunione, e solitario.

riscaldato da un tenue raggio di sole — il sole del villaggio c della casa paterna, ma in aprile, quando le rondini tornano d’oriente — che non guasti la soavità delle ombre mistiche, lievi, vaganti come i sogni del poeta. Quelli che sostarono in ascoltazione, si stancarono presto del preludio pascoliano, che faceva perdere il senso della concretezza, della linea, che servono alla scoltura come alla poesia.- E intanto i filosofi cianciavano di gabinetti e di selezioni naturali... Ora, quando i poeti mancano, e i filosofi si sbizzarriscono in costruzioni meccaniche, si aprono le epoche della critica o della decadenza. Benedetto Croce, quasi senza saperlo, si’ levò dalla modesta ombra delle biblioteche napoletane, dove tutto è discreto e accurato, in questo ambiente e in questo momento che, guardati all’esterno posso» sembrare ricchi di voci c di colori, e invece sono pieni di frastuono e di poltiglia. Egli non era die uno dei molti, che cercavano di comprendere, di chiarirsi il mondo c sè stessi. Non ebbe maestri, e non nc trovò, fra quelli che si dicevano tali: e, soddisfacendo le ansie del suo spirito inquieto, soddisfece 1 le ansie dei contemporanei. Ai quali, in mancanza di poesia, insegnò che cos’è la poesia; poiché si scambiava il particolare per l’universale, insegnò che cos’è l’universale, cioè la filosofia, la scienza; c, in difetto di un metodo sicuro di ricerca, mostrò con l’esempio come si fanno le belle opere sicure delle fonti. Sicché, da vent’anni almeno, ci riferiamo a lui, cd egli, invece di mostrare stanchezza, dà continua prova della validità del suo metodo, ed ogni teoria che sostiene, la convalida con opere particolari: ieri, quando si trattava dell’Esleltcn, ci diede i saggi letterari, pubblicati nella Critica, che poi formarono La letteratura della nuova Italia; oggi, impegnato nella «teoria della storiografia», pubblica La storia del Regno di Napoli e gli studi (nella Critica) sul Seicento. E la lotta continua. E mentre i fuochi fatui di piccole fame usurpatrici passano più rapidi della pellicola cinematografica, la sua opera, consolidatasi subito dopo la pubblicazione dell’Estetica, s’ingigantisce, e in Europa e fuori si moltiplicano le traduzioni dei suoi libri.

Se un siffatto uomo è fuori del suo tempo, e non luce che guida nell’affanno, io domando che cos’è un uomo vivo, per iscrivermi d’ufficio fra gli uomini morti.

Vero è clic, se si vuole trovare il fuoco che alimenta mille passioni e pensieri del nostro tempo, bisogna fermarsi al movimento idealistico crociano, il quale, essendo profondato in una teoria elaborata non fuori del tempo, ma — nello stesso momento in cui risente tutte le necessità della ricerca autonoma del vero — come problema vitale del presente, non solo ha influito energicamente a creare nuove formazioni, ma resta ancóra il punto di orientamento più sicuro, clic ci è dato avere per procedere nel nostro cammino.

Vito G. Calati.

RICONOSCIMENTOMa tra noi, o si fa del positivismo c non si fa che esporre la roaltà corno cosa data, senza parteciparvi (ma allora perchè si scrive?) la roaltà la conoscono tut.tr), oppure dell’idealismo, in un senso non filosofico, ma spicciolo, che mi ricorda la famosa canzonetta del Tosti, nd allora, liberatisi a priori da qualunque coscienza della realtà, si vola pei reami del sogno e si infilza la più sciolta retorica che sia mai stata usata in questo bello c retorico paese.

Camillo Pellizzi.

(Lo Stato - Rivista di cultura fascista - Napoli).

Risorgimento senza eroi Mon langago n’dtnit pan colui d’un esclavo.

Il Risorgimento italiano è ricordato nei suoi eroi. In questo libro mi propongo di guardare il Risorgimento contro luce, nelle più oscure aspirazioni, nei pili insolubili problemi, nelle più disperate speranze: Risorgimento senza eroi.

Il dramma del Risorgimento è nei tormenti della sua preparazione e della sua mancata preparazione.

E’ materia per quelli che si sono scelta la parte dei precursori, dei disperati lucidi, dei vinti che non avranno mai torto perchè nel mondo delle idee sanno far rispettare le distanze anche ai vincitori delle sagre di ottimismo. La storia è infallibile nel vendicare gli esuli, i profeti disarmati, le vittime delle allucinazioni collettive. Anzi prima della storia, questi fanatici della verità, paghi della solitudine, sanno vendicarsi da sè.

Ho scelto Per la mia storia un centro d’osservazione che mi permettesse di vedere lontano e senza che fosse per ciò troppo frequentato:

il Piemonte. Coil ho potuto offrire delle indagini personali, logicamente connesse in modo che il quadro fosse completo senza che io dovessi riassumere risultati’già noti e giudizi correnti. Dei personaggi e degli episodi più discussi ho preferito parlare soltanto per cenni.

L’esposizione non piacerà ai fanatici della storia fatta: essi mi attribuiranno wq umore bisbetico per rimproverarmi lacune arbitrarie Ma io noti volevo parlare del Risorgimento che essi volgarizzano dalle loro cattedre di apologia stipendiata del mito ufficiale. Il mio è il Risorgimento degli eretici, non dei professionisti.

Piero Gobetti.

(Prefazione a Risorgimento senza eroi).

DICHIARAZIONE.

I mici corrispondenti non vogliono ancora lasciar la pecca di biasimare l’onesta franchezza, coti cui io dico il mio pensiero di’ogni libro che io leggo, e troppi d’essi continuano ancora a chiamarla imprudenza, tracotanza, c mordacità. Ma come diavolo fanno queste anime di lumaca a ritenere la flemma loro quavdo vedono un autore appena padrone dì quattro 0 cinque mila vocaboli, e appena infarinato di sapere, ficcarsi baldanzosamente in uno stamperia, e non uscir di quella senza molte copie di un suo tema in mano, fatto quivi multiplicare da’ tipografici torchi? Come diavolo fa la più parte de’ leggitori a non istizzirsi contro uno slupidaccto, che ha l’insensata audacia di supporle il mondo bisognoso d’un suo maledetto libro per ammaestrarsi nelle faccende umane, o per acquistare idee giuste cd ampie d’arti e di scienze?

Chiunque scrive un libro dev’essere consideralo, diceva il mio vecchio maestro ì.’io.

gene Masigofro, come, un soldato, che si allontana dal suo campo, e clic s’avanza a sfidare braveggiando l’oste nemico. Se un individuo di quell’oste s’inanimisce a quegli sfidi e a quelle braverie, c schiene addosso a colui con la lancia in resta, e lo scavalca, egli opera cosa. degna d’applauso da entrambi gli eserciti, perchè insegna a chi milita in uno adl esser giusto estimatore delle proprie forze; e insegna a chi milita nell’altro a non soffrir in paco per ogni Mariano che si spacci temerariamente per un Grifone 0 per un Aquilanta.

Sappiano dunque una volta per tutte i miei signori corrispondenti, che mi esorteranno sempre invano; ogni qualvolta mi esorteranno ad adottare la loro prudente cautela, 0 Per dirla alla mia moda, la loro codarda pusillanimità.

Io mi sono irremovibilmente risoluto di voler essere una specie di campione universale, e voglio pigliar su ogni guanto che vedrò ù coraggiosamente e temerariamente gittata nello steccato da qualsiasi guerriero letterario, a giostrare con esso fin che mi durerà la lena; c tanto peggio per me se qualche asta fatale come quella detl’Argalia mi butterà per un tratto colle gambe all’aria“ PI ETRE „: Rivista mensile - Genova.

Vi deve pur essere qualcuno a continuare lo tradizioni e la vita doll’italica letteratura, per il giorno in cui D’Annunzio avrà finita la ristampa dello opere giovanili e tutti i Panzini Calzini od Oictti avranno chiuso i loro inesauribili spacci di parole vuote; quando l’Uomo finito per definiziono non farà più neppure poesia e Luigi Pirandello si sarà stancato di cucinare in commedie cd in Teatri di Stato la geniale trovata dell’Io uno e molteplice....Ma noi abbiamo concetto diverso della letteratura.

La lotteratiwa che stimiamo ha anch’cssa un compito sociale; e «Pietre» è, o vorrebbo essere,un cantiere in cui si lavora all’edifìcio. La fiere, anche letterario, si fanno nei giorni di riposo o di ozio.