Pagina:Il Buddha, Confucio e Lao-Tse.djvu/352

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parte seconda 277

gli rispose, che lasciasse pur la cosa andar da sè; imperocchè «se la via della rettitudine debba o no esser seguita, dipende dal destino (thien-ming)»: e terminò dicendo, presso a poco: — «che giova nelle fata dair di cozzo?».1 — Insomma, «l’esser povero o ricco», dice un lessico sinico-giapponese, «di stirpe nobile o vile, di breve vita o longevo, intelligente o stupido; e, infine, tutte le doti fìsiche, morali e intellettuali d’ognuno, son cose che ognuno ha già in sè prestabilite; il qual fatto si suole esprimere col vocabolo thien-ming».2 Donde ne viene, che «l’uomo veramente savio conserva un animo costantemente imperturbabile, aspettando il corso e il compimento del suo destino».3 «Egli, nella sventura, non mormora contro il Cielo, non accusa gli uomini».4

Pertanto questo thien-ming piglia qualche volta l’aspetto d’una specie di Provvidenza; ma una Provvidenza che opera per vie naturali, e nella quale non entra mai nulla di divino nè di maraviglioso. Viene dal Cielo, perchè esso, col concorso della Terra, fece tutto, e fece anche le leggi che governano tutto; e come diede alla pianta la potenza e la facoltà di crescere e fruttificare, come diede alla pietra la forza di gravità, che la fa cadere; diede agli uomini certe facoltà, certe forze, che li fan capaci di certi ufficii nel governo, nelle società, nella famiglia. Il ming, lo ripeto, è il fine, pel quale una cosa o un Essere animato sono stati creati; e in pari


  1. Lun-yü, xiv, 38.
  2. Siyo-gen-zi-hau, ii, 37, r. 1. — Conf. anche Lun-yü, xii, 5, 3.
  3. Cung-yung, xiv, 4.
  4. Cung-yung, xiv, 3: — Lun-yü, xiv, 37; — Mèng-tse, ii, ii, xiii, 1.