Pagina:Il Catilinario ed il Giugurtino.djvu/32

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prefazione xxv

Commentarii di Cesare, o, per chi sa di greco, le spontanee e leggiadrissime opere di Zenofonte. Ma per la grettezza, la ridondanza e lo slegamento dello stile, i quali sono vizii non men gravi e da corregger con non minor prestezza e cura, si ha a procedere con lo stesso metodo, ma si vuole usar diverse medicine. Perocchè, se un discepolo è magro e digiuno in dettare, e questa sua magrezza non viene da naturale aridità di vena e da difetto di fantasia, i quali sono morbi al tutto incurabili, ma da un falso concetto della brevità ch’egli si cacciò in mente, e da mal regolato desiderio di parere scrittor profondo e reciso; prima conviene fargli bene intendere quanto dalla magrezza è diversa la succosa brevità, e poi porgli subito tra mani, perchè gli possano allargare ed arricchir la vena, e prosatori di larga e splendida maniera, e poeti ancora. Ed in simili casi sempre mi è tornato bene il dare a leggere e studiare le orazioni del Casa, tutte le opere del Varchi, le storie del Segni, ed in ispezialtà quelle del Guicciardini e del Bembo. Nè a togliere o ad emendar questo difetto conferiscono meno la lettura assidua di Livio, e delle opere di Cicerone, e il tradurre sovente i più nobili e splendidi luoghi di questi due sfolgorati scrittori. A por freno alla ridondanza ed all’affogare i concetti in un mare d’inutili parole e di frasi che nulla significhino, molto può giovare il farsi a leggere attentamente e di continuo la Cronaca di Dino Compagni, gli Ammaestramenti degli antichi di Frate Bartolommeo, e la sua versione di Sallustio, ed il volgarizzamento degli Annali e delle Storie di Tacito del Davanzati, e tutte le altre opere ancora di questo scrittore ammirabile per la forza e la brevità. La quale, quelli che ne abbisognano, attigner la possono pure dalle stesse opere originali di Sallustio e di Tacito, e con farsi a studiarle incessantemente, e con voltarne alcune parli di latino in volgare. Lo slegamento, il quale potrebbesi dir negligenza, e viene propriamente dal non saper ben collocar le parole, e congiugnere convenientemente e con grazia i membri de’ periodi, e dall’ignorare il modo di legare, come con un sottilissimo filo, tutte le clausole di un discorso, è il maggior di tutti i vizii, e quello, che non pur fa plebea una scrittura, ma le toglie l’essenza e la forma di scrittura italiana. E questo sì grande difetto, e sì da fuggire, è l’ultimo non pertanto a poter esser fuggito, e