Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/150

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trini dov'erano? Dissanguati dalle tasse e dalla mal’annata dell’anno avanti, i proprietari non sapevano più a qual santo votarsi. Ogni lavoro era arrestato. Lo stesso marchese non osava di avventurarsi a intraprendere niente nelle campagne, con quella persistente siccità! Non era nato un fil di erba da tutta la semenza prodigata sperando che finalmente, dopo quasi un anno, il cielo si sarebbe sciolto in pioggia feconda!

Dietro la gran vetrata del Casino, larve di vecchi, di donne, di fanciulli si affacciavano, mute, senza gesti, con lo stupore dello sfinimento negli occhi, attendendo che il cameriere apportasse loro qualche soldo, o che venisse a cacciarle via perchè nessuno là dentro aveva più niente da dare.

E, poco dopo, ecco altre larve, mute, senza gesti, con lo stesso stupore di sfinimento negli occhi, che attendevano, che non mormoravano vedendosi scacciate, e riprendevano a trascinare di porta in porta i corpi ischeletriti, reggendosi a mala pena su le gambe, senza un fil di voce per invocare la carità.

Si vedevano oggi, domani, e poi certi visi non comparivano più. — È morto il tale, di fame! È morto il tal altro, di fame!

E davanti la porta del convento di Sant’Antonio, dove il Municipio distribuiva, a mezzogiorno, minestre di riso bollito nell’acqua, condite con un po’ di lardo, e grosse fette di pane nero, i carabinieri,