Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/166

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— Che fate, don Stefano?

— Lo so io! Debbo crepare?... Questa vale per Giove....

E buttò la carta picchiando forte con le nocche delle dita, quasi volesse sfondare il tavolino.

Sembrava che quella volta i tarocchi lo facessero a posta, e il compagno pure. E don Stefano, a cavarsi rabbiosamente di capo la tuba, a sputarvi dentro e rimettersela sùbito.

— Che fate, don Stefano?

— Lo so io!... Volete che crepi?

Soltanto all’ultimo, quando egli, fuori dei gangheri, scaraventava la tuba per terra, gli astanti si avvidero della figurina del Cristo alla Colonna ficcata là in fondo, contro la quale egli aveva inteso di bestemmiare, silenziosamente, a quella maniera!... Doveva proprio crepare?

E non gli importò che gli appiccicassero per questo il nomignolo di Maometto. Almeno, da quel giorno in poi, egli potè bestemmiare in pace, a libito suo, anche in faccia al marchese.

Intanto il dottor Meccio e parecchi altri tornavano spesso alla carica:

— Un signore come voi! Vi porteremmo in trionfo al Municipio!

E siccome il marchese da questo orecchio non voleva sentirci, così cominciò a riprendere le passeggiate serali su per la spianata del Castello, dove