Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/167

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quasi nessuno più osava di andare, tanto era desolante lo spettacolo di quelle campagne brulle, riarse che si stendevano, di qua, fino a piè delle colline, e, di là, fino a piè dell’Etna sempre pennacchiato di fumo, con appena un piccolo orlo di neve in cima al cratere, coi boschi di castagni e di lecci attorno ai fianchi, scabroso in alto e rigato da nere strisce di lava che l’aria senza vapori permetteva di distinguere nettamente.

Ma, dopo tre o quattro volte, avea dovuto smettere.

Trovandosi solo lassù, in faccia a quell’immenso orizzonte e col gran silenzio che lo circondava, egli sentiva venirsi addosso un’inesplicabile tristezza. Le miserie udite raccontare o viste durante la giornata gli tornavano in mente. Da Margitello, da Casalicchio, da Poggiogrande gli erano arrivate, una dietro a l’altra, cattive notizie. — Ieri sono morti quattro animali! Oggi, tre altri! — Il tifo bovino continuava la sua strage. Come non impensierirsi?...

Ma non era questo, no!...

Tristi presentimenti gli scurivano l’animo; si addensavano, passavano via, come nuvoloni spazzati dal vento, tornavano di quando in quando, senza ragione alcuna e senza significato preciso.

Si distraeva ruminando grandi progetti agrari da attuare, appena sposato: un’Associazione di proprietari di vigneti e di uliveti, sotto la sua direzione; e macchine di ogni sorta, le più recenti; e produ-