Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/174

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pochi squilli affrettati; e, sùbito dopo, la campana grande un tocco, due, tre, che ondulavano lenti tristamente. Tutti in orecchie, a contarli: — Quattro! Cinque! — Dappertutto; in Casino, nelle farmacie, nelle botteghe, in ogni casa, davanti le porte. — Sei! Sette! — Come se quei rintocchi cupi e lenti stessero per annunziare una pubblica sciagura.

Si sapeva: otto tocchi per le donne; nove per gli uomini; dieci pei sacerdoti!

E il decimo rintocco, più cupo, più lento, ondulò a lungo per l’aria.

Altra gente accorreva: popolane, contadini, tutti i poverelli da lui beneficati, magri, squallidi, che dimenticavano in quel momento la mal’annata e la fame, con occhi gonfi di lagrime, con visi sbalorditi. Ah, il Signore avrebbe dovuto prendersi, invece, qualcuno di loro!

Ed ecco il viatico! Si udiva il campanello che precedeva il prete con la pisside e l’olio santo.

Il canonico Cipolla, sotto il baldacchino, circondato dai fedeli che portavano le lanterne di scorta e seguito da un centinaio di persone recitanti il rosario, passava a stento tra la folla inginocchiata che ingombrava il vicolo da un capo all’altro. La porta fu spalancata; il campanello cessò di suonare.

Anche il marchese aveva contato: — Uno!... Due!... Cinque!... Dieci! — i rintocchi della campana grande di Sant’Isidoro. Da parecchi giorni, tre, quattro volte