Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/176

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Il venerdì non potè restare ad attendere che la campana grande di Sant’Isidoro suonasse a morto a ventun’ora, com’è di rito. Il cameriere del Casino era stato mandato a informarsi, anche per la curiosità di sapere se la predizione — e tutti lo credevano — si sarebbe avverata.

Vedendo che don Pietro Salvo cavava a ogni cinque minuti l’orologio di tasca, il dottor Meccio esclamò:

— Stiamo qui a tirargli il fiato di corpo. È sconveniente!

— Andatevene. Chi vi trattiene?

Erano sul punto di bisticciarsi; ma dalla cantonata spuntava don Marmotta come il cameriere era soprannominato. Veniva col suo comodo, dando la notizia a quanti lo fermavano, riprendendo a camminare a passi lenti, con la testa ciondoloni che secondava il movimento dei passi, senza curarsi che fosse impazientemente aspettato.

Il marchese gli andò incontro:

— Ebbene?

— È spirato proprio allo scocco di ventun’ora.

Si era immaginato di dover respirare più liberamente a quella notizia. Invece, rimase là, dubbioso. Non credeva ai suoi orecchi, quasi don Silvio avesse potuto fargli il cattivo scherzo di fingere di morire.

A casa, trovò mamma Grazia che recitava il rosario in suffragio dell’anima del sant’omo.