Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/216

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

― 212 ―

meretta di don Silvio e apparire, tutt’a un tratto, come le bibliche parole di fuoco nel convito di Balthassar, per perderlo irremissibilmente; quasi le magherie di don Aquilante, andate a vuoto l’altra volta, potessero, per ignote condizioni, da un momento all’altro riuscire; quasi tutte le cose apprese nei libri datigli a leggere dal cugino Pergola fossero dottrine inconsistenti, fallaci, ed egli si fosse vanamente rassicurato intorno a questa e all’altra vita!

Una mattina aveva dovuto scendere, con Titta e un falegname, nei mezzanini per vedere se certe vecchie tavole ammonticchiate nella prima stanza fossero ancora adoperabili.

Vi era sceso calmo, senza nessun timore che il ricordo del Crocifisso regalato alla chiesa del convento di Sant’Antonio potesse turbarlo.

Ed era risalito su più sconvolto che se gli fosse accaduto di ritrovare di nuovo al suo posto la sanguinante figura inchiodata su la gran croce nera e avvolta nel lenzuolo sbrandellato.

Su la parete ingiallita dal tempo, lo spazio coperto dalla croce e dal Cristo avvolto nel lenzuolo aveva conservato intatto il colore primitivo, e la impronta dei tre bracci della croce e del corpo del Cristo era rimasta così netta, così precisa, da sembrare segnata a contorni sul giallo della parete da l’abile mano di un pittore che non aveva potuto svilupparla e dipingerla.