Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/28

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margini e nel centro delle cassette; alle esili seggiole con spalliere dorate, alle poltrone e ai due canapè di stile impero, rivestiti con damasco rosso già stinto e logoro, don Silvio si era fermato a contemplare il gran quadro senza cornice, dove si scorgevano a mala pena la calva testa di san Pietro, quelle di altre cinque figure di fantesche e di soldati che lo circondavano nel pretorio di Pilato, e un gallo, su la balaustrata del portico, col becco aperto in atto di cantare.

Egli avrebbe voluto vedere quel quadro in chiesa, su l’altare di una cappella, e non là irriverentemente sovrapposto alla spinetta verniciata in giallo smorto con fregi neri e sorretta da tre sottili gambe quadrate, che stava appoggiata lungo il muro, con la parte della tastiera verso il finestrone. Ma non osava di tornar a suggerire alla baronessa l’idea di regalarlo alla parrocchia.

Quel quadro era stato portato da Roma, nel Seicento, da uno degli antenati di suo marito, ed ella voleva conservare intatti tutti i ricordi di famiglia, come li aveva trovati il giorno che dalla casa dei Roccaverdina era venuta in quella degli Ingo-Corillas, baroni di Lagomorto, sposa al baroncino don Alvaro più di mezzo secolo addietro.

Il fruscìo della gonna sui mattoni verniciati del pavimento rivelò al prete la presenza della baronessa soltanto mentr’ella gli passava accanto per