Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/29

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andare a sedersi in quell’angolo di canapè dove soleva rannicchiarsi le rare volte che riceveva la visita di un parente o di persone molto intime. Don Silvio era tra queste.

Alta, stecchita, piena di rughe ma ancora rubizza, con capelli bianchissimi divisi in due bande che le coprivano le orecchie e le rimpicciolivano il volto tra le pieghe del fazzoletto di seta nera annodato sotto il mento; vestita di leggera stoffa grigia e coi mezzi guanti di filo dello stesso colore alle mani scarne e affilate, la baronessa era entrata senza far rumore dall’uscio a cui don Silvio voltava in quel momento le spalle.

Il prete fece un profondo inchino, si accostò a baciarle la mano appena ella, messasi a sedere, gli ebbe accennato una poltrona; poi, con umile atteggiamento ed esile voce, incominciò:

— Mi manda Gesù Cristo...

— Gesù Cristo vi manda da me troppo spesso! — lo interruppe la baronessa, sorridendo benignamente.

— Si rivolge alle persone che possono fare e fanno volentieri la carità — rispose don Silvio.

E così dicendo, parve volesse rendere più piccola la sua personcina bassa, magra, che nelle occhiaie e nelle pallide gote infossate mostrava i segni dei digiuni e delle penitenze con cui macerava il misero corpo.

— Gesù Cristo però — riprese la baronessa crol-