Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/296

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— Eccolo: ho voluto condurlo con me perchè voscenza e il marchese si persuadano che è forte e svelto, quantunque abbia appena dieci anni. Ne facciano quel che vogliono; in città, in campagna, purchè io sappia che non gli manca un boccone di pane. Non so più dove dare la testa. Non mi resta che andare attorno a chiedere l’elemosina per me e pei miei poveri figliuolini!... Ma il Signore dovrà farmi morire avanti che io arrivi a quest’estremo, e portarseli tutti in paradiso prima di me.

La marchesa non avea potuto risponderle in modo evasivo come l’altra volta; e alla vista del bambino scalzo, coperto di stracci, pallido e macilento, ma che dimostrava nella faccia e specialmente negli occhi intelligenza precoce, si era sentita commuovere.

— Vuoi restare qua? — gli domandò.

— Eccellenza, sì!

— O vuoi andare in campagna?

— Eccellenza, sì!

La marchesa sorrise. La povera mamma ravviava con le dita i capelli arruffati del bambino, sorridendo anch’essa, e le ciglia le palpitavano lasciandole cascare qualche lagrima su le gote scarnite. Da qualche tempo in qua il marchese non si era più ricordato di lei; mamma Grazia non era più ricomparsa a portarle quel piccolo soccorso che aveva tenuto in vita mamma e figliuoli durante i terribili giorni della mal’annata. Ella, povera donna,