Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/297

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non se ne lagnava. Si era ingegnata, come tanti altri, andando a raccogliere cicoria, amarella, tutte le erbe mangiabili che la pioggia aveva fatto ripullulare per le campagne, nutrendo sè e i bambini con esse appena condite con un po’ di sale e con qualche stilla di olio, spesso senza neppur questo; benedicendo la divina Provvidenza che con tal mezzo aveva impedito che tanta misera gente perisse di fame.

— Ora m’industrio alla meglio — soggiungeva la vedova. — Cucio, filo. Andrò anche a raccogliere ulive, raccomandando i bambini alla carità di una vicina. Ma siamo cinque bocche, eccellenza!

— Prendo il ragazzo — risolse la marchesa tutto a un tratto. — Bisogna rivestirlo, provvederlo di scarpe. Pel vestito, comprate la roba e portatela da mastro Biagio, il sarto... Lo conoscete? Le scarpe bisognerà ordinarle a posta, credo. Vi do il denaro occorrente per tutto. Quel che rimarrà lo terrete per voi.

E le lagrime della povera donna le avevano bagnato la mano, voluta baciarle per forza.

Quella sera, il marchese, tornato tardi da Margitello, si era messo a tavola di buon umore.

La marchesa, seduta di faccia a lui, attendeva che egli finisse di parlare delle meraviglie delle pigiatrici e degli strettoi delle uve, che agivano con la precisione di un orologio.