Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/61

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compiacenza del marchese che, sceso dalla carrozza assieme con don Aquilante, circondato da quei signori e seguito da una folla di persone, si avviò verso il Casino dove egli, quantunque socio, aveva messo piede due o tre volte in tanti anni, anche perchè, secondo lui, vi si ammetteva facilmente troppa gentuccia.

Il marchese sembrava trasfigurato. Da due giorni, don Aquilante lo guardava stupito e stava ad ascoltarlo ancora più stupito.

I soci del Casino si erano schierati in semicerchio; e, dietro i seduti, si pigiava la siepe dei curiosi che, invaso quel salone a pianterreno, stendevano il collo e si sollevavano su la punta dei piedi per sentir parlare il marchese o l’avvocato seduti là in faccia sul canapè addossato al muro.

Alcuni erano fin montati su gli zoccoli delle quattro colonne di finto marmo che reggevano la volta del salone, per vedere e udir meglio.

Questo mosse a sdegno il marchese.

— Che c’è? L’opera dei pupi? Che cosa vogliono tutti costoro? Non siamo in Piazza dell’Orologio qui.... Cameriere!

E scoperto il poveretto del cameriere che si affaticava inutilmente a fare uscir fuori quegli intrusi, lo apostrofava:

— Don Marmotta! Ma che: prego, signori miei! Prendeteli per le spalle se non sanno l’educazione.