Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/62

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Allora parecchi soci si levarono da sedere, e cominciarono a spingere indietro la gente, che esitava e si voltava a guardare dopo aver fatto pochi passi, non sapendosi rassegnare a dover andar via senza cavarsi la curiosità.

Intanto il marchese aveva cominciato a parlare. Ora, anche per lui il processo era stato imbastito maravigliosamente. Il giudice istruttore, dapprima, era andato tastoni, senza lume, senza guida. Aveva poi trovato il filo conduttore, e le prove erano balzate fuori, chiare e lampanti.

— Ah, quel Procuratore del Re! Un fiume di eloquenza. Gelosia? Forza irresistibile? Chiudiamo dunque le prigioni e lasciamo assassinare la gente!... Qui ci troviamo davanti a una premeditazione di lunga mano!... Sì, o signori giurati, c’è la legge anche per coloro che disturbano l’altrui pace domestica, che insidiano l’onore delle famiglie! Se tutti volessimo farci giustizia con le nostre mani, addio società! Ognuno crede di avere ragione soprattutto quando ha torto. Soltanto il magistrato imparziale e giusto, perchè non interessato, soltanto i giudici popolari istituiti per questo scopo....

Sembrava che il Procuratore del Re fosse lui, e che quei soci, seduti in semicerchio là attorno, fossero i giurati che dovevano giudicare. La sua voce prendeva il solito tono alto, come quando egli teneva udienza lassù, nella spianata del Castello; e