Pagina:Il Politecnico.djvu/3

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all’uso comune per immergersi nei novelli problemi; non appoggia il piede sul noto se non per farsene scala all’ignoto; e non ha tempo di attendere che la moltitudine ragiuga i suoi passi, si accostumi alla luce inusitata delle sue divinazioni.

Solo con somma lentezza, e sotto il continuo stimolo dei bisogni sì corporei che morali, raccolgie la società i raggi che tratto tratto erompono dal santuario della sapienza, e se ne fa scorta sul cammino della vita. La prova dell’uso fa finalmente apparir solide e ferme quelle elaborazioni scientifiche che prima sembravano imaginarie e vane. Il vulgo che derise il geologo quando errava solitario e curvo scrutando le rocce, si affolla poi ad erigere fucine e case presso gli strati fóssili di cui la sola scienza riconobbe i segnáli, e che molte bisognose generazioni per secoli e secoli conculcarono senza avvedersi.

Sotto la dura necessità di operare, l’uomo assimila e coordina in Arte i paradossi della dottrina; e a poco a poco va estendendo l’arte fin dove giungono i bisogni della natura e le forze della scienza.

Primo bisogno è quello di conservare la vita; e ad esso convergono tutte le Arti che si riferiscono alla materia, che dirigono gli sforzi meccanici e le combinazioni chimiche: le Arti che misurano il numero, lo spazio e il tempo: che propagano sulle diverse terre i germi più giovevoli alla sustistenza: che ci proteggono dalle ingiurie degli elementi e dalla debolezza del nostro organismo. Figlie delle scienze matematiche e fisiche si schierano qui tutte le Arti produttive e salutari, ad alcune