Pagina:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu/19

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DEL TANSILLO. 11

XXIV.


    Prima che imbianchi il crin, le carni arrughe
E de’ begli occhi annubili il sereno,
Ogni donna dal cor bandisca e fughe
188Il fiero orgoglio, che la tiene a freno:
Onore e castità son ciancie e nughe
Trovate da color che potean meno,
Perchè con le paure e co’ i rispetti
192Coprisson l’altrui forze e i lor difetti.

XXV.


    Nell’età d’or, quando la ghianda e ’l pomo
Eran del ventre uman lodevol pasto,
Nè femmina sapea, nè sapeva uomo,
196Che cosa fosse onor, che viver casto;
Trovò debil vecchion, dagli anni domo,
Queste leggi d’onor che ’l mondo han guasto,
Sazio del dolce, già vietato a lui,
200Volle dar legge alle dolcezze altrui.

XXVI.


    Non avea ’l mondo allor nè MIO, nè TUO,
Fiera semenza onde ogni mal nascesse:
Potea darsi a più d’uno, a più di duo,
204Orrevol donna, senz’altrui interesse:
Perchè non avend’uom che nomar suo,
Non si potea doler ch’altri il togliesse:
Nè gían mai di piacer donne digiune,
208Poichè ogni cosa era tra lor comune.