Pagina:Il diamante di Paolino.djvu/10

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Una sera d’autunno aveva come il solito girondolato a lungo tra i canneti, allorchè in mezzo ad un ciuffo d’erba gli parve di veder risplendere come una stella. Gettare un grido, chinarsi e ghermire quel tesoro di luce e stringerselo forte, passionatamente al cuore, fu un punto solo. Ma nello stesso tempo un gemito straziante, ripetuto da tutti gli echi della vallata, gli ferì gli orecchi: era il povero serpentello che tornato a riva dopo la serale lavanda non trovava più l’unica sua pupilla.

Paolino Delbosco ebbe un momento di gentile esitazione: renderebbe alla desolata creatura ciò che formava il bene supremo di lei?

Oh! sarebbe stata una grande, imperdonabile debolezza! Corse a casa affannato, col cuore che gli si spezzava per le accelerate pulsazioni e, senza farsi vedere da nessuno, si rintanò nella sua stanzetta e scivolò a letto.

Sua madre, inquieta, andò a battere all’uscio, ma lui fece finta di dormire e non rispose.

Oh! egli aveva ben altra voglia che di dormire! Teneva stretto fra le mani il diamante e a traverso il velo delle palpebre abbassate vedeva schiudergli davanti un mondo nuovo, rifulgente d’oro e di gemme, popolato d’angeli che cantavano e danzavano sotto un cielo azzurro rischiarato da innumerevoli soli. Udiva è vero, di tanto in tanto, risonar nel silenzio il gemito della volùta; ma quando un figliuolo ha fatto il sordo alla voce di sua madre, non può mostrarsi troppo sensibile a quella d’un mostro.

Vòltati di qua, vòltati di là, finì col prender sonno, che non somigliava punto a quello delle altre notti.