Pagina:Il diamante di Paolino.djvu/11

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II.


La mattina dopo era domenica e fin dalle prime ore del mattino, tutta la famiglia era in moto per andare alla messa. Le ragazze tiravano fuori dall’armadio i loro vestiti più belli e gli sciallini più sfarzosi, i giovanotti, con le belle camicie di bucato e i capelli lisci come specchi parevan tanti sposi; perfino il babbo Delbosco si guardava con una certa compiacenza la giacchetta scura brizzolata di rosso e la ciarpina di seta gialla, lavorata a modano dalla ragazza maggiore.

Paolino solo trovò la scusa di un mal di capo per rimanersene in casa. Da più di due ore stava seduto sul letto, contemplando in tutti i versi la gemma fatale. Bisognava prender qualche risoluzione e — prima di ogni altra cosa — occorreva partire, lasciare quel paesuccio sepolto fra i monti e andarsene a godere la vita in una bella e popolosa città, a Milano, per esempio! Ma come fare a impedire le lacrime, gli spasimi, le disperazioni dei suoi e segnatamente di sua madre che lo adorava? Meglio partire alla cheta, senza dir nulla a nessuno. Dopo, avrebbe scritto e avrebbe mandato quattrini a palate.

Non appena vide prendere ai suoi parenti la via della chiesa, egli fece un piccolo fagottino degli oggetti più necessari, lo infilò in un bastone, aprì pian piano l’usciolino di cucina che dava sui campi e, via!

Giunto in vetta al poggio che si chiama, non so perchè, la Bella Silenziosa, si fermò un momento a contemplare la vallata di Montalvo che gli si stendeva ai piedi, in tutta la sua fresca e artistica bellezza. Guardò a lungo i monti, i boschi, i vicini pomari, il fiumicello terso che gorgogliava sotto il vecchio ponticello di mat-