Pagina:Il diavolo.djvu/330

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322 Capitolo undicesimo

ciano e si traggono dietro le carni e le viscere, graffiando, azzannando, ruggendo; e questa è la pena dei lussuriosi, e più specialmente di coloro che, entrati al servigio di Dio, non seppero signoreggiare la carne. In altra più remota valle son molte fucine, e innumerevoli demonii in figura di fabbri ferrai, i quali afferrano le anime con tenaglie ardenti, e le gettano sulla bragia perpetuamente avvivata dal soffio dei mantici; poi, quando quelle son fatte roventi e malleabili, con gran forconi di ferro le traggon dal fuoco, ammassatene insieme venti o trenta, o anche cento, gettano quella massa ignea sopra le incudini, e con i magli la percuotono a gara, e così martellata e compressa la scaglian per l’aria ad altri non meno terribili fabbri, che riafferratala con le ferree tenaglie ricominciano il giuoco. Lo stesso Tundalo è sottoposto al supplizio, il quale è preparato a coloro che cumulano peccato sopra peccato. Sostenuta la formidabile prova, l’anima perviene alla bocca dell’ultima e più profonda voragine infernale, simile in figura ad una cisterna quadrangolare, d’onde esala un’altissima colonna di fuoco e di