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di estorcere la verità, del quale sapremo poi abbastanza per nostra edificazione. La gente malintenzionata potrebbe chiamarlo «tortura;» ma, si sa bene, la tortura è abolita — di nome almeno. Non è maraviglia pertanto, se gli accusati pajono smunti e infermicci. Ma se la carne è inferma, lo spirito che abita dentro ad essa è pieno di forza e di energia — almeno l’aria di quieta risolutezza che hanno — la quieta risolutezza di una guarnigione che sa di non dovere aspettarsi quartiere, e si prepara a vender cara la vita — parrebbe dimostrarlo.

Chiamati a nome i prigionieri uno di essi, Margherita (impiegato di dogana), si leva e ritratta la dichiarazione estortagli, dice, per costringimento fisico e morale, e suggerita dallo stesso Giudice Inquisitore. Un altro, Pitterà (maestro di calligrafia), dichiara che cavato da un criminale (una cella sotterranea quasi affatto priva di luce) per essere esaminato in Castello (dell’Uovo), egli era per le continue privazioni e per le ripetute minacce sopraffatto di stupidezza mentale. Un terzo, Antonietti (agente di dogana), segue a dire che quando venne interrogato egli era tanto sfinito di mente e di corpo, che avrebbe segnato anche la propria condanna di morte. Se alcuno desidera conoscere più distintamente qual sorta di oppressione fosse quella che poteva così snervare e abbrutire persone tutt’altro che deboli e sensibili, Pironti e altri ce ne diranno i particolari. Pironti, deputato e magistrato che era, racconta di essere stato confinato solo in un carcere, ove aveva dovuto dormire sulla nuda terra, fra ogni sorta di sozzure, per quarantadue giorni. Gli vennero rasi i capelli e la barba per ordine speciale, da un galeotto. Quindi sottostette a un insidioso esame del Comandante del Castello; il quale sperimentando prima le minacce, e poi le lusinghe, gli prometteva la clemenza reale affine di indurlo a far rivelazioni, a comprovare cioè le accuse fiscali e denunciare i suoi complici. De-Simone (un profumiere) fu minacciato di duecento colpi di bastone ammollato nell’acqua. Faucitano (un imprenditore di costruzioni, quello della bottiglia esplosiva) fu trascinato alla Prefettura di Polizia da venti guardie svizzere, sei ispettori di Polizia e dodici sbirri, che lo batterono, gli sputarono in faccia, gli strapparono le vesti, i capelli e la barba. Fu tenuto due ore all’uffizio di Polizia, legato con funi bagnate, poi condotto in Castello in un oscuro e umido criminale, senza neppure un po’ di fieno per giacervi sopra, e ritenuto quivi nove giorni senz’altro nutrimento fuorchè pane ammuffito, senz’altra bevanda fuorchè acqua fetida.