Pagina:Il mio Carso.djvu/107

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 99 —

colpo di fucile, uno scroscio. Una terribile cosa presentita; che mi può cogliere qui, da questa macchia nera, dietro quel muricciolo, eccola. ― Correvo, per sfuggire il dolore che m’inseguiva fra i cespugli mossi, verso il cielo aperto, dove si vede da tutte le parti intorno, nella luce dell’orizzonte stellato.

Ma nell’infinito notturno fui più solo e senza difesa. Solo, col mio dolore, unico compagno, buon compagno, da reclinare la testa in lui e piangere. Piansi come un bimbo sperduto. La luna bianchissima nell’aria, soffusa sui sassi e sulle piante da inumidirsi le labbra e toccarla, fredda, con la mano. Il mare sotto di lei s’inalzava in una strada d’argento, procedente a larghissime spire. Nell’immensa luce d’alba l’orizzonte lontanissimo guardava da tutte le parti, penetrando indifferente in ogni cosa. E io piangevo solo, alta ombra nera osservata e vana.

M’accoccolai fra le rocce a picco sul mare, nascondendo vergognoso la faccia nelle mani. Io non credo in Dio, non credo in Dio. Ma forse lei è qui sopra di me, in questa luce senza scampo, in questo cielo, in questa terra. Anche tu sei qui con me. Forse anche tu soffri. Aiutami, creatura. Ch’io senta solo una sillaba della tua voce e la tua mano sulla fronte, perchè è silenzio e solitudine qui, e nessuno disturba. Intorno, nessuna cosa respira. La terra si può aprire e restituire la sua preda.

Il cielo si può riunire per ricrear la sua forma. L’anima è diffusa in tutte le parti; ma io voglio averti ancora qui, amore. Io posso farti rinascere. Basta ch’io creda. Io credo che tu puoi rinascere. Tu non sei ancora morta. Aspetti prima che ritorni. Io ti scrivevo che si sarebbe stati contenti assieme.