Pagina:Il mio Carso.djvu/108

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Vedi, quando s’ha te tutto è così semplice e bello. Arrivederci presto, amore. Aspettami presto. In luglio sarò di ritorno. ― Allora, quando ti scrivevo questo, tu eri già morta. Ma ora sono tornato, e t’aspetterò fino all’alba, perchè tu sei ancora mia, e non è possibile che tu sia morta. Non avermi abbandonato! Sta’ con me piccola. Ti prego, ti prego. Creatura. ― Non alzavo la faccia per non disturbare la sua volontà. E bisognava credere e star fermi e credere. ― Un tocco fra i capelli. Forse era il vento. La terra è chiarissima sotto la luna. Perchè tu sei eternamente morta.

Ella è morta. Non è comprensibile questa parola. Nessuno la può veder più. Nessuno ode più la sua voce. È morta. Io non capisco la morte. Io non so nulla. Io sono davanti alla morte e la guardo incantato come guardo questa roccia spaccata sotto ai miei piedi. Ma io non voglio morire, perchè non so cos’è la morte. Ella è in una tomba nella pietra liscia, nella bara, serrata con viti. Come facevano quando invitavano le viti? Ella è con le mani distese lungo i fianchi. Di fuori c’è un nome e due date. Bisognerebbe strappare quella lapida. Bisogna portare tutti i ginepri del carso sulla sua tomba. Porterò un macigno grande; e rami di quercia giovane, perchè tu stia sotto il fresco delle foglie, e i boccioli, e i narcisi, tutti, così i fiori non nasceranno più in carso. I fiori del carso seccano sulla sua tomba, brava gente mia! Avanti, avanti, cercate se siete bravi. Io li ho presi tutti, e ora scendo e la porto quassù con me e stiamo in pace. Occorrono tutti i boschi di pino per bruciare il suo bianco corpo.