Pagina:Il mio Carso.djvu/89

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Ho ritrovato il mio carso in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno d’andar lontano. Camminavo spesso, lento, alle rive per veder la gente che partiva. Studiavo l’orario dei piroscafi lloydiani, e se avessi avuto qualche centinaio di corone sarei andato in Dalmazia, a Cattaro, poi mi sarei arrampicato su fino a Cettigne, poi chissà? nell’interno della Croazia dove c’è boschi immensi e bisogna cavalcare lunghe ore per arrivare a una casipola di legno bigio. Il pater familias è ancora l’antico ospite. Di notte, quand’uno non può dormire, sente un canto triste che lo culla. Forse piuttosto sarei andato nell’Oriente.

Guardavo i bragozzi ciosoti che con una gran spinta si staccavano, gonfi e carichi, dalla riva. Il padrone della barca si levava la camicia per non infradiciarla di sudore, s’arrampicava sull’albero, e agganciandosi con la gamba sulla scala a corda sbrogliava la vela, giallastra a macchie mattone. Tutta la notte avrebbero corso l’Adriatico col borino, e poi un altro giorno, e un altro sotto il sole. Specialmente mi desideravo la piena calma marina, se il vento fosse cessato improvvisamente.

Avevo bisogno di star solo. Andavo per le strade poco frequentate, nell’ombra degli alti casamenti rettangolari, e mi guardavo intorno spiando di lontano il viso dei passanti. Temevo d’esser conosciuto, d’esser salutato, di dover salutare. Un amico mi mandò una cartolina: perchè non gli scrivevo? Poichè non vuoi, non vengo. Ma