Pagina:Il mio Carso.djvu/90

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non è bello che tu sia così scontroso ed egoistico nel tuo dolore. Proprio ora l’amicizia ti farebbe bene. ― Tutte buone care persone: ma io ero in cerca di lontananza.

Stavo solo, nella mia stanzetta, e ogni sera sentivo battere lente le nove, poi le nove e mezzo, poi le dieci, poi le dieci e mezzo... Il tempo camminava come si va nei pomeriggi domenicali, portandosi addosso la noia di tutti gli uomini. E ogni notte sentivo passare una carrozza nella via, poi la voce di tutti i nottambuli che gridavano alla moglie o alla mamma per la chiave.

Ecco ― pensavo ― ora mi metto a leggere, piglio appunti, studio. Ma calavo la testa sulle braccia raggomitolate ― e non potevo piangere.

Non potevo dormire. Ero sotto l’incubo d’un’afa grave. E uno usciva di casa nella notte e camminava con passi stanchi. Sognavo di una lunga notte di bora, che i pochi viandanti camminano curvi contro di essa, senza pensare. Mi sognavo sopratutto di cedri infissi nel fondo del mare, che a poco a poco impietravano. Avevo bisogno di sassi e di sterilità. E mi ricordai del carso, e dentro ebbi un piccolo grido di gioia come chi ha ritrovato la patria.

Quante storie mi raccontai quella notte! M’ero sdraiato sul materasso poggiando la testa sul braccio destro, e ero un bimbo che aspettava con occhi aperti un po’ di lume alla fessura della porta e la mamma entrasse: ― Non dormi? È tardi. Dormi, dormi. Ti racconto una storia.

Avevo pietà e tenerezza per me stesso. E mi raccontavo a voce alta una storia del carso: ― Molti anni prima di noi una donna del carso con capelli biondi, aveva partorito un piccolo che tremava anche sotto la pelle d’orso.