Pagina:Il piacere.djvu/184

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tutte aderivano al suo cuore come un vischio tenace.

Egli aveva troppo mentito, aveva troppo ingannato, s’era troppo abbassato. Un ribrezzo di sè e del suo vizio l’invase. ― Vergogna! Vergogna! ― La disonorante bruttura gli pareva indelebile; le piaghe gli parevano immedicabili; gli pareva ch’egli dovesse portarne la nausea per sempre, per sempre, come un supplizio senza termine. ― Vergogna! ― Piangeva, chino sul davanzale, abbandonato sotto il peso della sua miseria, affranto come un uomo che non veda salvezza; e non vedeva le stelle riscintillare a una a una sul suo povero capo, nella sera profonda.

Al nuovo giorno egli ebbe un grato risveglio, un di que’ freschi e limpidi risvegli che ha soltanto l’Adolescenza nelle sue primavere trionfanti. Il mattino era una meraviglia; respirare il mattino era una beatitudine immensa. Tutte le cose vivevano nella felicità della luce; i colli parevano avvolti in un velario diafano d’argento, scossi da un agile fremito; il mare pareva attraversato da riviere di latte, da fiumi di cristallo, da ruscelli di smeraldi, da mille vene che formavano come il mobile intrico d’un labirinto liquido. Un senso di letizia nuziale e di grazia religiosa emanava dalla concordia del mare, del cielo e della terra.

Egli respirava, guardava, ascoltava, un poco attonito. Nel sonno, la sua febbre era guarita. Egli aveva chiuso gli occhi, nella notte, cullato dal coro delle acque come da una voce amica e fedele. Chi s’addormenta al suono di quella