Pagina:Il piacere.djvu/44

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― Taci!

― Che fa a me la tua pietà di sorella? Tu, contro il tuo volere, ma la offri guardandomi con occhi d’amante, toccandomi con mani mal sicure. Troppe volte ho veduto i tuoi occhi spengersi nel gaudio; troppe volte le tue mani m’han sentito rabbrividire. Io ti desidero.

Incitato dalle sue stesse parole, egli la strinse forte ai polsi ed appressò la sua faccia a quella di lei così ch’ella ebbe in su la bocca il caldo alito.

― Io ti desidero, come non mai ― seguitò egli, cercando d’attirarla al suo bacio, circondandole con un braccio il busto. ― Ricórdati! Ricórdati!

Elena si levò respingendolo. Tremava tutta.

― Non voglio. Intendi?

Egli non intendeva. Si riavvicinava ancora, con le braccia tese, per prenderla: pallidissimo, risoluto.

― Soffriresti tu, ― gridò ella con la voce un po’ soffocata, non potendo patire la violenza ― soffriresti tu di spartire con altri il mio corpo?

Ella aveva profferita quella domanda crudele, senza pensare. Ora, con li occhi molto aperti, guardava l’amante: ansiosa e quasi sbigottita, come chi per salvarsi abbia vibrato un colpo senza misurarne la forza, e tema di aver ferito troppo nel profondo.

L’ardore di Andrea cadde d’un tratto. E gli si dipinse sul volto un dolor così grave che la donna n’ebbe al cuore una fitta.

Andrea disse, dopo un intervallo di silenzio:

― Addio.