Pagina:Il piacere.djvu/47

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conservava ancora l’impronta del corpo ch’eravisi affondato. Tutte le cose in torno esalavano una melancolia indistinta che affluiva e s’addensava al cuor della donna. Il peso cresceva su quel debole cuore, diveniva un’oppressione dura, un affanno insopportabile.

― Mio Dio! Mio Dio!

Ella avrebbe voluto fuggire. Una folata di vento più viva gonfiò le tende, agitò le fiammelle, sollevò un fruscìo. Ella trasalì, con un brivido; e quasi involontariamente chiamò:

― Andrea!

La sua voce, quel nome nel silenzio, le diedero uno strano sussulto, come se la voce, il nome non fossero partiti dalla sua bocca. ― Perchè Andrea indugiava? ― Ella si mise in ascolto. Non giungeva che il romor sordo, cupo, confuso della vita urbana, nella sera di San Silvestro. Su la piazza della Trinità dei Monti non passava alcuna vettura. Come il vento a tratti soffiava forte, ella richiuse la finestra: intravide la cima dell’obelisco, nera sul cielo stellato.

Forse Andrea non aveva trovato subito la vettura coperta, in piazza Barberini. Ella aspettò, seduta sul divano, cercando di quietare la folle agitazione, evitando di guardarsi nell’anima, forzando la sua attenzione alle cose esteriori. Attirarono i suoi occhi le figure vitree del parafuoco, a pena illuminate dai tizzoni semispenti. Più sopra, su la sporgenza del caminetto, da una della coppe cadevano le foglie d’una grande rosa bianca che si disfaceva a poco a poco, languida, molle, con qualche cosa di feminino,