Pagina:Il tesoro.djvu/102

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parlava fitto, fitto, ed anzi non lasciava parlar nessuno: si intendeva di tutto, fuorchè di cose ragionevoli, e se i suoi interlocutori non le tenevano dietro, o l’interrompevano, o non osando tanto, stavano zitti, essa li qualificava per stupidi.

Era brutta, vaiuolata, con una grossa testa e un corpo mingherlino: guardava fisso, vestiva con stravaganza e faceva l’aristocratica: aveva l’eccellente abitudine di far capire ogni tanto ch’era ricca, che faceva cucinar ogni cosa al burro, che sedeva sempre in poltrona, che molte persone dovevano dei bei denari a suo marito: siccome poi era imparentata con due o tre persone altolocate, se ne vantava con ogni nuova conoscenza. Appena presentata diceva: — Io sono nata in tal paese, mio marito è il tal dei tali e copre tal carica. — Era un grosso impiegato. — Ah, lei è il tale? Già, l’ho sentita nominare da mio marito. Conosce lei mio zio, capo-sezione al Ministero delle finanze? Mia madre è sorella del tale, il quale fa la tal cosa, e mio cugino, che vive a Lione, ha sposato un’inglese milionaria.

Poi non chiudeva più bocca; entrava in particolari intimi, faceva capire che sua figlia aveva pretendenti a sacchi.

Cosimo non la poteva soffrire, e quella sera ritardava il concerto colla speranza di vederla andar via. Svanita questa speranza, fece un cenno al Ciriaco, come per dirgli: Cominciamo, fin-