Pagina:Il tesoro.djvu/103

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giamoci che questa gente non ci sia! L’altro si assise, accomodando alla meglio le sue lunghe gambe e i suoi piedi enormi, e abbracciò appassionatamente il suo strumento, chinando la testa a destra, e tendendo un orecchio grande e rosso come una foglia di pampino secco.

Da quel momento egli non fu più di questo mondo; non vide, non pensò più d’imitare nessuno; i suoi baffi si rallentarono, gli occhi strizzandosi si allungarono, le mascelle si sporsero, e tutta la sua fisionomia prese un’aria giapponese.

Il concerto cominciò: l’avvocato fece un salto, ed esclamando:

— Oh, oh, cominciamo? — andò ad appoggiarsi al piano.

L’impiegato, evidentemente commosso, raddrizzò la schiena, e disse con sentimento:

— Dopo io canterò!

— Qualche cosa bella? — chiese Peppina.

— Oh — fece il biondo, con modestia — una mia poesia, musicata da Bancu.

Intanto Peppina colse l’occasione per spinger la sua poltrona ancor più in là, e sorrise ad Elena e Giovanna, quasi non le avesse ancora vedute.

Ma esse rimasero fredde, e Giovanna, per dimostrarle che non si curava di lei, com’essa le avea trascurate, s’avvicinò ad Elena, e appoggiandosele lievemente sopra, le attirò una mano