Pagina:Il tesoro.djvu/180

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aveva bevuto e giocato assai, tanto da mostrarsi più volte scortese e geloso con la sua fidanzata: nessuna meraviglia quindi se, suonando l’Ave Maria di Gounod, e udendo la voce di Maria, provava quella bizzarra impressione di spilli iridati, convergentisi in raggi che lo illuminavano e straziavano internamente.

La voce soave e infantile ora gli giungeva come di lontano, spinta, smorzata, resa sonora o languida dal vento: e nella interna luce che lo illuminava, la visione di Maria gli appariva tutta pura e divina nella sua veste di velluto e di velo. E sentiva la piccola anima trascurata e derisa pianger desolatamente, soavissimamente nelle sue note stesse, sotto le sue bianche mani crudeli.

A misura che la preghiera finiva, la voce diventava sempre più alta, più limpida e pura: Cosimo rivide Maria alla finestra, ed ora il suo amore, trasfuso nella sua preghiera, gli parve come una sorgente d’acqua purissima, color d’argento, che avrebbe potuto rinfrescarlo, purificarlo, dargli la pace che sentiva di non poter ritrovare nel frivolo amore di Peppina Marchis.

Una smania, un desiderio acuto di cessare, di volgersi, di chieder perdono a Maria, e dirle che l’adorava, e farle dimenticare in un bacio solo tutto il dolore che la sua voce svelava, lo prese, invadendogli il sangue con l’ebbrezza di una coppa di vino dolce e potente; ma quando