Pagina:Il tesoro.djvu/189

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poca felicità nel suo affetto gentile; mi dia le sue mani, mi scriva presto, non mi lasci solo.

«Non avrei voluto scriverle così presto, ma la solitudine è grande, il desiderio di ricevere nuovamente e presto le sue lettere è prepotente. Mi scriva a lungo, mi apra tutta l’anima sua, parlandomi dei suoi sogni: io l’ascolterò religiosamente, e ogni sua parola mi risuonerà come una musica lontana, che carezza e raddolcisce ogni dolore».

E terminava con un saluto affettuoso, nel quale Elena intese qualche cosa di infinitamente triste e dolce.

Rimase a lungo con la testa appoggiata ai vetri, e gli occhi fissi in un punto lontano del crepuscolo.

Subitamente le venne il pensiero che Paolo s’innamorasse da lontano di lei; e questo pensiero la rese altera e triste. Altera perchè se questo fatto singolare accadeva, era un trionfo dell’anima sua, delle sue doti morali e del solo fascino spirituale. Ella avea sempre sognato di esser amata così, di solo amore ideale, nel quale assurgesse solo l’anima, la sensazione intensamente pura e dolce dell’unione spirituale, scevra da ogni ombra materiale.

Pensò tutta la sera all’amico lontano, senza cercare d’allontanarne il pensiero. Egli era sofferente, egli l’invocava: perchè non doveva accorrer presso di lui con carità? La visione di