Pagina:Il tesoro.djvu/190

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Paolo che solo e triste pensava a lei, che le scriveva e la sognava vicina, le si delineava pura allo sguardo dello spirito. E il pensiero che un uomo serio e intelligente, passato per molte vicende della vita, immerso in cure civili gravi e interessanti, si rivolgesse a lei, umile e semplice, e le chiedesse affetto e confidenza, la insuperbiva serenamente.

Per tutta la sera le parve d’essergli vicina, dicendogli parole gentili che lo confortavano e lo facevano sorridere. L’indomani mattina, svegliandosi dal sonno profondo e dolce delle aurore primaverili, il suo pensiero, quasi semplicemente interrotto dal sonno, ritornò subito alla lettera, alle espressioni più affettuose, alla visione di Paolo.

Restò così, lungamente pensando con più dolcezza della sera prima, con gli occhi chiusi da sembrar ancora addormentata.

«Mi porga le sue manine, non le ritiri più, non abbia alcun timore di questo vecchio malato e solo....» Queste parole le tornavano con insistenza al pensiero e provava l’impressione soave e delicata di sentir le sue mani strette in quelle di Paolo che le sorrideva.

Gli scrisse; ma la lettera non riuscì com’ella l’aveva ideata; molte cose le sfuggirono, altre le parvero inopportune; ma ad ogni modo le parve così confortante che sentì il bisogno di spedirla subito. Lasciandola poteva perder il suo