Pagina:Il tesoro.djvu/192

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«Nella mia vita ho pensato, sentito, sperato, sognato e voluto amar molto. La vita mi si è spezzata fra le mani, in miseri frammenti. Ma chissà che il tramonto della mia vita non possa esser buono a qualche cosa, se ella, Elena, lo vorrà! Quaggiù non mi sembra aver più molto viaggio, ma se potessi viver sano, fiorente, amato ed amante, illuminato ed illuminante, altri dieci anni ancora, e poi spegnermi dolcemente, come chi è stanco di sua giornata, ma che nell’ultimo raggio di luce ha trovato un po’ di beatitudine, mi parrà che tutti i triboli della mia vita passata diventino rose per farne corona alla mia fronte stanca.

«Certo, io non sono tanto egoista da chieder a lei, Elena, di pensare a me proprio in questi dieci anni di sua gioventù, fiorita e poetica. Non ho il diritto di raccoglier io per me il tesoro dei suoi affetti, e disturbare la via dei suoi sogni di giovinetta. Mi parrebbe quasi un delitto. Ella ha bisogno d’un alto sole che fiammeggi sulla sua via; tali soli sono rari, ma ella è degna d’incontrarne uno, e se l’incontra lasci che la infiammi e la illumini tutta. Ma se, finchè non l’ha trovato, può bastarle una forte, calda, leale amicizia d’un uomo che ha ormai descritta la sua parabola, ma ha serbato quasi la verginità del cuore per i grandi sentimenti, Elena, posi pure la sua testina sul mio cuore, e levando gli occhi cerchi negli occhi miei tutta la