Pagina:Il tesoro.djvu/206

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la tua sofferenza mi allontani da te; no, io vorrò far miei tutti i tuoi pensieri, per divider teco la tua gioia e raddolcire col mio affetto i tuoi dolori.

«....Ecco, ora, caduto il lei cerimonioso, ora mi sento più tuo, come ti sento più mia. Ora le anime nostre possono parlarsi il linguaggio naturale, confidarsi tutto.

«Oh, la gioconda primavera che tu m’hai concesso! Oh, il glorioso rinascere che tu mi hai dato! Elena mia soavissima, continua a parlare così: io chiudo gli occhi e t’ascolto. Che musica è nelle tue parole! Quanta luce, quanto profumo! E se tu sapessi che dolcezza provo nel mormorare il tuo nome!

«....No, non temere mai di me. Io voglio saper prima com’è fatta l’anima della creatura a cui voglio appartenere: quando lo so, la mia adorazione non teme esperimenti....»

Così in un crescendo meraviglioso di espressioni appassionatamente delicate, proseguiva la prima lettera, ma nella seconda fremeva qualcosa di più vivo e tumultuoso. Era scritta a mezzanotte; si vedeva bene che egli non aveva riposato, ma che pensando ad Elena continuamente, non trovava riposo che nel ritornare a lei.

«....È inutile; non resisto; sento il fascino e torno a te con desiderio ineffabile. Perchè? Come? Qual filtro mi hai dato? Perchè la tua voce mi chiama così? Perchè gli occhi tuoi profondi