Pagina:Il tesoro.djvu/22

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Agada sorrise; sorrideva raramente e il suo sorriso annunziava sempre qualche cosa di triste.

— Tu non gli dirai nulla. Quando io ho insistito un po’ quasi mi batteva. Se torniamo sull’argomento farà uno scandalo.


— Eppure il cuore mi dice che c’è qualche cosa di vero. Datemi la lettera; la farò leggere da chi se ne intende.

— Da chi?

— Da Bancu.

Agada aveva avuto la stessa idea, ma non lo disse e non cedè la lettera; le parole di Costanza le ridonavano la convinzione che si trattasse di cosa vera e seria, e disse:

— Domani andremo insieme da Bancu; dopo tutto tentare è bene, e Salvatore ha le sue idee. Lasciamolo stare, e tu non dirgli nulla.

— Nulla — ripetè Costanza, e rientrarono in cucina dove Agada, prendendo il solito suo posto accanto al focolare, si mise a filare.

Costanza le si assise dirimpetto, muta e pensierosa.

La servetta lavava piatti, china su un paiolino nero; nella cucina, dalle pareti d’un giallo cupo offuscate dal fumo, dal letto di grosse travi e di canne, c’era il forno, il focolare di pietre levigate, e sospesavi sopra, ad altezza d’uomo, la cannitta, graticolato di legno d’un metro quadrato circa, appeso con quattro funi, che serve per affumigare il formaggio appena estratto dalla salamoia.