Pagina:Il tesoro.djvu/23

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Appesa alla cannitta una piccola lampada di latta a tre becchi spandeva una luce tenue e tremolante, che non riusciva ad illuminare tutto il tenebrore della cucina, non dava riflessi alle grandi casseruole di rame brunite dal fumo, e lasciava le donne in un chiaro-scuro pittoresco, ma poco comodo.

Pure Cicchedda lavò i piatti con disinvoltura, e Agada, sulla sua alta seggiolina, continuò a filare destramente seguendo con gli occhi l’opera delle sue lunghe e magre mani.

Costanza non faceva nulla, ma pensava; pensava a quella cosa, come ci pensava Agada seguendo il filo di lana del suo fuso; non parlavano perchè c’era la servetta, ma i loro pensieri battevano la stessa via....

Una specie di febbre fermentava nelle loro idee, poche ore prima così tranquille e rassegnate; pensavano sopratutto alla felicità di non aver debiti, di non pagar interessi, di sentirsi superiori a tutte le donne ricche di Nuoro, e al gusto dei cambiamenti che l’avventura avrebbe apportato nella loro vita. A Costanza seccava il pensiero, balenatole nel cortile, di mostrare la lettera all’avvocato Cosimo Bancu, quello stesso che si proponeva di ammogliare con la signorina francese; e poichè nonostante la sua intelligenza non era scevra da superstizione, un’altra idea strana le veniva In mente. Quando Cicchedda ebbe rimesso i piatti e venne a sedersi in terra,