Pagina:Il tesoro.djvu/251

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ziosamente per le vie strette, rasentando le mute casette immerse nel sonno della miseria. Sentiva l’antica angoscia di ciò che aveva per sempre perduto, e le sembrava d’aver perduto la vita.

Girovagò così, col grembiale sul viso e le palpebre bruciate da lagrime di sangue, finchè una donna, che camminava scalza pur essa, le fu addosso inavvedutamente. Si fermarono entrambe, e benchè Cicchedda si celasse il volto nel grembiale, l’altra la riconobbe e s’accorse che piangeva.

— Sei tu, Cicchedda?

— Zia Franzisca? Dove andate?

— Cos’hai? Perchè piangi? A quest’ora! Cosa c’è? — domandò la donna, tirandole un lembo del grembiale.

— Mi hanno mandata via! — disse la ragazza, ricominciando a piangere.

— Oh, poverina, oh, poverina! — cominciò ad esclamare comare Franzisca. — Non te l’avevo detto io di non fidarti! È gente cattiva e senza cuore; li conosco bene, io. Ma te lo avevo detto: Cicchedda, vattene prima che ti mandino via, accomodati, Cicchedda! Ma non mi hai dato retta!

Così confortandola la trasse con sè: ed ella le andò dietro piangendo sommessamente, e raccontandole ogni cosa.

Comare Franzisca la condusse nella sua casetta triste e in rovina, vicina al camposanto; e voleva farla dormire sul suo giaciglio, ma ella