Pagina:Il tesoro.djvu/252

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preferì stendersi per terra, sopra un sacco. E non dormì certamente.

La donna le prometteva d’introdurla subito a servire in casa Bancu; ma che importava ciò? Nessuna casa poteva farle dimenticare quella di Salvatore Brindis!

Si alzò prima dell’alba e uscì sulla spianata: le stelle brillavano ancora, un gallo cantò raucamente in lontananza, altri risposero, più vicini, intorno, intorno, ad intervalli; ed in quei canti rauchi, vibrati nel fresco silenzio dell’alba, le parve di sentire il pianto lamentoso ed accorato di Domenico, e fu invasa dal desiderio struggente di abbracciare il bimbo, di baciarlo sulle guance rosee.

Poi guardò le ultime stelle e pensò ad Alessio con infinita tristezza.

Dov’era egli in quell’ora? Che accadrebbe al suo ritorno? A chi egli darebbe ragione? Pensò che forse i Brindis lo convincerebbero a dimenticarla, e la sua tristezza si fece mortale.

Ma verso mezzogiorno comare Franzisca, andata dai Brindis per farsi restituire le vesti di Cicchedda, e per esplorare gli avvenimenti, le portò strane novelle.

— C’è l’inferno, con tutti i demoni scatenati.

— Cosa c’è? — chiese ella tremando.

— Eh, nulla! — rispose l’altra, beffarda. — Salvatore Brindis ha cacciato via di casa sua il nipote. Quasi s’ammazzavano!