Pagina:Il tesoro.djvu/278

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mosa cognata e la vezzosissima sorella, non se ne accorgeva neppure, non cercava più di mettersi accanto a persone piccole e brutte per comparire di più; anzi sorrideva ricordandosene.

Nessuna bellezza, alcuna distinzione, potevano più umiliarla, ora che un’anima così grande, nobile e poetica, ritrovava e adorava in lei la vera e immortale grazia della donna. Anzi ora ella guardava con orgoglio, con infinita compassione, le fanciulle frivole e spumeggianti che le passavano davanti come vuote variopinte farfalle. Chi di esse aveva un’anima? Chi di esse era stata o sarebbe mai amata e amerebbe come lei? Ella collocava Paolo tanto in alto, e così solidamente in alto, che innalzandosi fino a lui nel sogno d’un amore che le sembrava unico, vedeva tutto piccolo al di sotto e al di fuori di quella sfera meravigliosa.

E ne provava una beatitudine profonda, formata forse da un po’ di orgoglio, ma che però la rendeva buona, pura e superiore.

«Come sei buona — le scriveva Paolo — e come renderai migliore l’anima del fortunato che potrà dirti sua!»

Ma all’ultima lettera egli tardava a rispondere, ed Elena se ne sentiva inquieta e un po’ nervosa. Sopravveniva il caldo di luglio; l’aria pareva ossidarsi, la montagna s’ingialliva ardentemente: la vegetazione, rimasta esuberantemente fresca per le piogge cadute agli ultimi