Pagina:Il tesoro.djvu/296

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— Pur che Cosimo ritorni sereno — pensava — io non scriverò più a Paolo.

Non diceva: «non l’amerò più»; perchè sentiva che ciò era impossibile; ma anche non scrivere e non rispondere alle lettere di Paolo, che le portavano una felicità pura e profonda, che la rendevano tanto buona e pietosa, era come rinunziare al sole ed alla luce, e si smarriva al solo pensarci.

Così si tormentava continuamente. I suoi nervi delicati erano scossi, tutto l’organismo se ne risentiva, e diventava pallida, trasparente, quasi consumata da una misteriosa malattia.

Un giorno Cosimo parlò così amaramente che Elena credè di scorgere un disidrato proposito nelle sue parole. Fu in quel tempo che per un mese non scrisse a Paolo, con la speranza e la fede di commuover Dio col suo sacrifizio. Ed era un sacrifizio doloroso e sanguinante.

Intanto però gli avvenimenti proseguivano, e nulla impediva alla piaga di inasprirsi ogni giorno più. Una sera furono protestate a Cosimo sette mila lire di cambiali, furono sequestrati i mobili del suo appartamento, e siccome in un’ora d’amore, durante la luna di miele, una delle cambiali era stata firmata da Peppina, fu sequestrata anche una parte della sua dote. Ne seguì uno scandalo grandissimo: Cosimo giunse a percuotere sua moglie, poi passò la notte