Pagina:Il tesoro.djvu/318

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non sentiva, non poteva sentire più nulla per lui; il mistero del più profondo oblìo era caduto sull’antico amore morto.

L’ottobre avanzava lento, tiepido e melanconico; nell’aria, lavata dalle prime pioggie, era una trasparenza profonda e soave, e nelle lontananze, negli sfondi di paesaggio, attraverso le rame degli alberi su cui diradavansi le foglie, stagnavano misteriosi sogni cinerei.

Riveder Paolo e non lasciarlo più, era l’ultimo strato del sogno di Elena, continuo e lento che le stagnava nell’anima, anche fra la sottile vertigine della febbre struggente.

Le domeniche, specialmente dal mezzogiorno in poi le scorrevano tristemente penose più degli altri giorni. Talvolta però l’idea d’una passeggiata in campagna, di una visita, di uno svago che l’avrebbe aiutata a passare la sera, le sorrideva e bastava per sollevarla momentaneamente. Ed infatti, recandosi da persone amiche, passeggiando al sole, chiacchierando, rideva ancora e dimenticava; la sua vita intima prendeva un diverso aspetto, i suoi soliti pensieri, le sue sofferenze, le sottili e penose sensazioni di tutto il suo essere sfumavano dolcemente, senza svanire del tutto, come nuvole di autunno, di quell’autunno oltre ogni dire dolce e prolungato.

Cosimo, che fra le altre delicate attenzioni, ora la conduceva spesso in campagna, una sera