Pagina:Il tesoro.djvu/340

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Elena sentiva il suo nome entro di sè, sussurrato dal cuore di Paolo e Paolo ascoltava la voce arcana delle cose lontane e della sorte che circondava Elena.

Un giorno d’aprile partì.

Tutta la notte, lungo la traversata, rimase sul ponte della nave come un giovine poeta innamorato; gli sembrava che il vecchio piroscafo silenzioso lo conducesse verso un’altra vita, verso un sogno lontano, e sentiva tutto l’immenso mistero della notte sui mari riflettersi entro il suo essere.

Sulle curve del cielo purissimo, che aveva tutta la trasparenza incolore e radiosa d’uno specchio senza sfondo, grandi stelle ignote palpitavano come smeraldi, e sul mare senza confine, altre stelle ancora tremavano fra l’acque di un color lilla smorto.

All’alba, nel pallore liquido dell’occidente, mentre le ultime stelle si scioglievano nella luce, apparvero le coste violacee della Sardegna.

Paolo guardò laggiù come verso una plaga sacra e infinita; l’alba recava una brezza freschissima e pura; il mare, riflettendo la luce cristallina dell’oriente, cominciava a risplendere, e anche negli occhi di Paolo salì la luce e il riflesso dell’alba. Si ritirò un poco e occupò gli ultimi momenti della traversata scrivendo ad Elena.

«Io vengo, io vengo, mi senti, piccola fata? Stanotte, lungo la traversata, ho vegliato pen-