Pagina:Il tesoro.djvu/55

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s’allacciavano a vicenda le cinture dei vestiti; ne avrebbero parlato al ritorno.

A misura che la sera avanzava, la passeggiata si animava; apparivano signore in abiti chiari, signori invisibili durante la luce del giorno, e saliva un bisbiglio allegro e animato nel crepuscolo diafano e lucente di giugno. Persino Peppina rideva, col suo riso fresco, ma leggero e compassato. La sua signora madre intanto non trovava più parole bastanti per sparlare di tutti; qualche vittima le sfuggiva senza dubbio, e le sarebbe sfuggito anche un signore d'una certa età, che passando vicino a loro salutò profondamente e rispettosamente, ma il cui saluto era senza fallo alle sole Bancu, perchè accompagnato da un impercettibile sorriso rivolto a Giovanna. Quest’ultima si volse, e aspettando che la sorella s’avvicinasse, disse vivamente:

— Elena, hai veduto De-Cerere?

— Sì, va avanti! — rispose seria Elena, con una ruga in mezzo alla fronte.

— Ah. De-Cerere, quel signore vecchio? — domandò la signora Marchis.

— Non è vecchio! — esclamò Giovanna, volgendosi ancora con interesse.

— Ah, il giudice, quel giudice, sì, sì, lo conosciamo. E chi non lo conosce? Però mi pareva che si chiamasse Cenere. Non esce mai: l’hanno mandato qui in punizione, è sempre serio, non esce mai. È vecchio, avrà sessant’anni!