Pagina:Iliade (Monti).djvu/161

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150 iliade v.216

Di nove tauri il sangue. E quando apparve
Della decima aurora il roseo lume
Interrogollo il sire, e a lui la téssera
Del genero chiedea. Viste le crude
Note di Preto, comandògli in prima220
Di dar morte all’indomita Chimera.
Era il mostro d’origine divina
Lïon la testa, il petto capra, e drago
La coda; e dalla bocca orrende vampe
Vomitava di foco. E nondimeno225
Col favor degli Dei l’eroe la spense.
Pugnò poscia co’ Sólimi, e fu questa,
Per lo stesso suo dir, la più feroce
Di sue pugne. Domò per terza impresa
Le Amazzoni virili. Al suo ritorno230
Il re gli tese un altro inganno, e scelti
Della Licia i più forti, in fosco agguato
Li collocò; ma non redinne un solo:
Tutti gli uccise l’innocente. Allora
Chiaro veggendo che d’un qualche iddio235
Illustre seme egli era, a sè lo tenne,
E diegli a sposa la sua figlia, e mezza
La regal potestade. Ad esso inoltre
Costituiro i Licii un separato
Ed ameno tenér, di tutti il meglio,240
D’alme viti fecondo e d’auree messi,
Ond’egli a suo piacer lo si coltivi.
Partorì poi la moglie al virtuoso
Bellerofonte tre figliuoli, Isandro
E Ippoloco, ed alfin Laodamía245
Che al gran Giove soggiacque, e padre il fece
Del bellicoso Sarpedon. Ma quando
Venne in odio agli Dei Bellerofonte,
Solo e consunto da tristezza errava