Pagina:Iliade (Monti).djvu/162

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v.250 libro sesto 151

Pel campo Aleio l’infelice, e l’orme250
De’ viventi fuggía. Da Marte ucciso
Cadde Isandro co’ Sólimi pugnando;
Laodamía perì sotto gli strali
Dell’irata Dïana; e a me la vita
Ippoloco donò, di cui m’è dolce255
Dirmi disceso. Il padre alle troiane
Mura spedimmi, e generosi sproni
M’aggiunse di lanciarmi innanzi a tutti
Nelle vie del valore, onde de’ miei
Padri la stirpe non macchiar, che fûro260
D’Efira e delle licie ampie contrade
I più famosi. Ecco la schiatta e il sangue
Di che nato mi vanto, o Dïomede.
   Allegrossi di Glauco alle parole
Il marzïal Tidíde, e l’asta in terra265
Conficcando, all’eroe dolce rispose:
   Un antico paterno ospite mio,
Glauco, in te riconosco. Enéo, già tempo,
Ne’ suoi palagi accolse il valoroso
Bellerofonte, e lui ben venti interi270
Giorni ritenne, e di bei doni entrambi
Si presentaro. Una purpurea cinta
Enéo donò, Bellerofonte un nappo
Di doppio seno e d’ôr, che in serbo io posi
Nel mio partir: ma di Tidéo non posso275
Farmi ricordo, chè bambino io m’era
Quando ei lasciommi per seguire a Tebe
Gli Achei che rotti vi periro. Io dunque
Sarotti in Argo ed ospite ed amico,
Tu in Licia a me, se nella Licia avvegna280
Ch’io mai porti i miei passi. Or nella pugna
Evitiamci l’un l’altro. Assai mi resta
Di Teucri e d’alleati, a cui dar morte,