Pagina:Iliade (Monti).djvu/172

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v.590 libro sesto 161

Nè de’ fratei, che molti e valorosi590
Sotto il ferro nemico nella polve
Cadran distesi, non mi accora, o donna,
Sì di questi il dolor, quanto il crudele
Tuo destino, se fia che qualche Acheo,
Del sangue ancor de’ tuoi lordo l’usbergo,595
Lagrimosa ti tragga in servitude.
Misera! in Argo all’insolente cenno
D’una straniera tesserai le tele:
Dal fonte di Messíde o d’Iperéa,
(Ben repugnante, ma dal fato astretta)600
Alla superba recherai le linfe;
E vedendo talun piovere il pianto
Dal tuo ciglio, dirà: Quella è d’Ettorre
L’alta consorte, di quel prode Ettorre
Che fra’ troiani eroi di generosi605
Cavalli agitatori era il primiero,
Quando intorno a Ilïon si combattea.
Così dirassi da qualcuno; e allora
Tu di nuovo dolor l’alma trafitta
Più viva in petto sentirai la brama610
Di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
Ch’io di te schiava i lai pietosi intenda.
   Così detto, distese al caro figlio
L’aperte braccia. Acuto mise un grido615
Il bambinello, e declinato il volto,
Tutto il nascose alla nudrice in seno,
Dalle fiere atterrito armi paterne,
E dal cimiero che di chiome equine
Alto su l’elmo orribilmente ondeggia.620
Sorrise il genitor, sorrise anch’ella
La veneranda madre; e dalla fronte
L’intenerito eroe tosto si tolse