Pagina:Iliade (Monti).djvu/173

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162 iliade v.624

L’elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,625
E dolcemente tra le mani alquanto
Palleggiato l’infante, alzollo al cielo,
E supplice sclamò: Giove pietoso
E voi tutti, o Celesti, ah concedete
Che di me degno un dì questo mio figlio630
Sia splendor della patria, e de’ Troiani
Forte e possente regnator. Deh fate
Che il veggendo tornar dalla battaglia
Dell’armi onusto de’ nemici uccisi,
Dica talun: Non fu sì forte il padre:635
E il cor materno nell’udirlo esulti.
   Così dicendo, in braccio alla diletta
Sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
Con un misto di pianti almo sorriso
Lo si raccolse all’odoroso seno.640
Di secreta pietà l’alma percosso
Riguardolla il marito, e colla mano
Accarezzando la dolente: Oh! disse,
Diletta mia, ti prego; oltre misura
Non attristarti a mia cagion. Nessuno,645
Se il mio punto fatal non giunse ancora,
Spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,
Sia vil, sia forte, si sottragge al fato.
Or ti rincasa, e a’ tuoi lavori intendi,
Alla spola, al pennecchio, e delle ancelle650
Veglia su l’opre; e a noi, quanti nascemmo
Fra le dardanie mura, a me primiero
Lascia i doveri dell’acerba guerra.
   Raccolse al terminar di questi accenti
L’elmo dal suolo il generoso Ettorre,655
E muta alla magion la via riprese
L’amata donna, riguardando indietro,