Pagina:Iliade (Monti).djvu/184

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v.250 libro settimo 173

Aiace si vestiva: e poichè tutte250
L’ebbe assunte dintorno alla persona,
Concitato avvïossi, e camminava
Quale incede il gran Marte allor che scende
Tra fiere genti stimolate all’armi
Dallo sdegno di Giove, e dall’insana255
Roditrice dell’alme émpia Contesa.
Tale si mosse degli Achei trinciera
Lo smisurato Aiace, sorridendo
Con terribile piglio, e misurava
A vasti passi il suol, l’asta crollando260
Che lunga sul terren l’ombra spandea.
Di letizia esultavano gli Achivi
A riguardarlo; ma per l’ossa ai Teucri
Corse subito un gelo. Palpitonne
Lo stesso Ettór; ma nè schivar per tema265
Il fier cimento, nè tra’ suoi ritrarsi
Più non gli lice, chè fu sua la sfida.
E già gli è sopra Aiace coll’immenso
Pavese che parea mobile torre;
Opra di Tichio, d’Ila abitatore,270
Prestantissimo fabbro, che di sette
Costruito l’avea ben salde e grosse
Cuoia di tauro, e indóttavi di sopra
Una falda d’acciar. Con questo al petto
Enorme scudo il Telamónio eroe275
Fêssi avanti al Troiano, e minaccioso
Mosse queste parole: Ettore, or chiaro
Saprai da solo a sol quai prodi ancora
Rimangono agli Achei dopo il Pelíde
Cuor di lïone e rompitor di schiere.280
Irato coll’Atride egli alle navi
Neghittoso si sta; ma noi siam tali,