Pagina:Iliade (Monti).djvu/218

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v.725 libro ottavo 207

Dirò dimani ciò che far ne resta.725
Spero ben io, se Giove e gli altri Eterni
Avrem propizi, di cacciarne lungi
Cotesti cani da funesto fato
Qua su le prore addutti. Or per la notte
Custodiamo noi stessi. Al primo raggio730
Del nuovo giorno in tutto punto armati
Desteremo sul lido acre conflitto;
Vedrem se Dïomede, questo forte
Figliuolo di Tidéo, respingerammi
Dalle navi alle mura, o s’io coll’asta735
Saprò passargli il fianco, e via portarne
Le sanguinose spoglie. Egli dimani
Manifesto farà se sua prodezza
Tal sia che possa di mia lancia il duro
Assalto sostener. Ma se fallace740
Non è mia speme, ei giacerà tra’ primi
Spento con molti de’ compagni intorno,
Ei sì, dimani, all’apparir del Sole.
Così immortal foss’io, nè mai vecchiezza
Vïolasse i miei giorni, ed onorato745
Foss’io del par che Pallade ed Apollo,
Come fatale ai Greci è il dì futuro.
   Tal fu d’Ettorre il favellar superbo,
E gli fêr plauso i Teucri. Immantinente
Sciolsero dal timone i polverosi750
Destrier sudati, e colle briglie al carro
Gli annodò ciascheduno. Indi menaro
Pecore e buoi dalla cittade in fretta.
Altri vien carco di nettareo vino,
Altri di cibo cereale; ed altri755
Cataste aduna di virgulti e tronchi.
Rapían l’odor delle vivande i venti
Da tutto il campo, e lo spargeano al cielo.